Gli Artigiani della Morte

Ci troviamo a Peshawar, nel nord ovest del Pakistan, è di prima mattina e, eludendo la scorta, ci dirigiamo con il nostro pulmino verso un luogo incredibile, quanto importante per la cultura Pashtun.

Entriamo da un piccolo ingresso e già si percepisce l’odore della polvere di ferro e da sparo. Veniamo accolti dai proprietari: si tratta di un’attività a gestione familiare che dal metallo grezzo crea manufatti di estrema precisione. In questo luogo si fabbricano pistole e Kalashnikov, si tratta di riproduzioni delle armi straniere più diffuse che consentono la vendita a basso costo, quindi alla portata di tutti.

Il governo centrale ne consente la produzione e la vendita purché limitata ai residenti; in realtà sembrerebbe che queste armi, oltre ad essere per uso locale, vengano spedite oltre confine per alimentare la milizia talebana in Afghanistan. La tradizione delle fabbriche artigianali di armi, spesso clandestine, si sviluppa principalmente nelle aree Pashtun e nelle vicinanze della frontiera nord occidentale con l’Afghanistan e costituisce un importante spaccato sulla cultura e sulla realtà di un popolo assimilabile per molti aspetti ai talebani.

Si tratta di un’arte tramandata di padre in figlio e che ha origini meno recenti di quanto si possa pensare. La tradizione nasce nel 1897, quando l’Impero Britannico si espandeva nel Pakistan. Furono gli inglesi a decidere di insegnare alle popolazioni del posto a fabbricarsi le armi da soli per evitare che le varie tribù rubassero le armi ai loro eserciti, ma mai avrebbero pensato che quegli uomini sarebbero poi diventati dei bravissimi artigiani della morte.

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